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Storia del Consiglio Provinciale di Milano. Le origini e l'Ottocento

Storia del Consiglio provinciale di Milano. Le origini e l’Ottocento

 

Il volume si apre con la presentazione dell’ex presidente del Consiglio provinciale, Bruno Dapei, che spiega le ragioni fondamentali del progetto: dedicare uno studio specifico all’assemblea elettiva, affrontando il tema cruciale per il futuro del Paese della formazione di una classe dirigente, per aprire poi una riflessione sul ruolo degli enti intermedi partendo dalle ragioni storiche alla base della loro costituzione.

Il punto di partenza per costruire il futuro in modo critico e consapevole è l’approfondimento della storia. Per questo motivo, il volume ripercorre la storia del Consiglio provinciale di Milano. Dopo la Seconda guerra d’indipendenza, il 15 gennaio 1860 si tennero le prime elezioni amministrative e due mesi dopo la prima riunione del Consiglio provinciale. Fu un mutamento fondamentale rispetto alle istituzioni guidate dal precedente Regno del Lombardo-Veneto. La Provincia aveva ora una propria rappresentanza elettiva e un’amministrazione propria, legittimata dal voto degli elettori.

Il primo atto ufficiale del Consiglio provinciale fu la nomina, nella seduta inaugurale del 5 marzo 1860, da parte del governatore e presidente della Deputazione provinciale, Massimo D’Azeglio (foto 1) , dell’Ufficio di Presidenza. Venne eletto Presidente il conte Cesare Giulini Della Porta (foto 2), vice presidente l’avvocato Andrea Dissoni, segretario l’avvocato Giuseppe Borgomanero e vice segretario l’avvocato Giovanni Caprotti (quest’ultimo rinuncerà all’incarico e in sua vece subentrerà il dott. Tullio Massarani). La classe politica dirigente era all’epoca preminentemente costituita dall’élite cittadina milanese, una tendenza che sarebbe rimasta più o meno inalterata in tutta l’età della Destra e che solo l’affermarsi della questione sociale e dell’industrializzazione avrebbe posto fortemente in discussione (foto 3).

La ricostruzione dell’evoluzione storico-istituzionale del Consiglio provinciale si basa sull’analisi delle trasformazioni prodotte dalle leggi del 1859 e 1865, dalla legge Crispina del 1888 e da quella del 1894. All’interno di questo quadro generale legislativo si era, infatti, dipanata la vicenda dei primi quarant’anni del Consiglio provinciale di Milano, segnando le tappe del lento ma continuo delinearsi del ruolo dell’organo rappresentativo provinciale negli ordinamenti unitari a partire dall’annessione. Va, tuttavia, rilevato, che i primi due decenni di attività del Consiglio non registrarono fatti e avvenimenti eclatanti per la vita nazionale. È altrettanto certo che una continua e sempre più orientata azione amministrativa in ben precisi ambiti (istruzione, ferrovie (foto 4), assistenze, acque e canali (foto 5), aggregazione di comuni, ecc.) diede vita al sorgere di una dirigenza e di una classe tecnico-amministrativa che sarebbe diventata protagonista della storia degli ultimi anni dell’Ottocento, favorendo un incisivo ricambio dei quadri della politica e mutamenti profondi nel sistema parlamentare ed elettorale.

Il volume tratteggia, altresì, la composizione sociale, il livello d’istruzione e gli orientamenti politici dei consiglieri provinciali, nonché l’attività svolta dal Consiglio nel corso dei decenni. Per quanto riguarda il periodo, noto come età della Destra Storica, emerge un’ossessiva attenzione da parte degli amministratori verso una politica di spesa improntata al rigore economico. Il risultato fu il non ricorso all’indebitamento pubblico e il contenimento della tassazione. L’attribuzione alle province, nel 1865, del mantenimento di pazzi ed esposti poveri, spese di spettanza governativa nella Lombardia preunitaria, si rivelò un’onerosa eredità. Per fronteggiare la situazione, il Consiglio provinciale di Milano decise di assumere e gestire direttamente il manicomio di Mombello (foto 6) e l’orfanatrofio di Milano (foto 7). Nel campo dell’istruzione fu deciso un intervento economico finalizzato a favorire e a sostenere la diffusione della scolarità primaria nelle campagne e ad aprire le scuole a orari pomeridiani nelle zone industriali. Furono aperte 22 nuove scuole elementari in tutto il territorio e organizzati i corsi di perfezionamento per i maestri delle scuole rurali. Per intervento della Provincia sorse a Milano (1864) una scuola magistrale maschile, mentre era già operante una scuola magistrale femminile a Lodi. E nel 1870 fu fondata una Scuola superiore di agronomia, che ebbe come suo primo direttore Gaetano Cantoni (foto 8). Fu anche riorganizzato il sistema complessivo degli istituti superiori. Le politiche pubbliche adottate nell’ambito dell’assistenza, dell’istruzione e delle infrastrutture, accompagnate da una “buona e oculata amministrazione”, permisero la lunga durata dell’egemonia conservatrice sulla realtà provinciale, anche se l’attività della Deputazione e del Consiglio provinciale era ancora saldamente sottoposta all’autorità politica del prefetto.

I primi due decenni prepararono il terreno per l’avvento della Sinistra al potere. L’idea che si stava affermando era quella di assegnare alle amministrazioni periferiche margini di manovra più ampi, limitando le ingerenze e le funzioni del prefetto su comuni e province. Nello stesso tempo, le competenze dello Stato e del governo centrale si sarebbero dovute limitare alla politica interna generale, a quella estera, alla sicurezza nazionale, alla giustizia, alla finanza e alle grandi opere infrastrutturali.

Quest’idea di fondo fu accompagnata dal superamento della concezione aristocratica del potere e della politica come arte del governo riservata solo a chi ne avesse avuti i mezzi per poterla esercitare. Il passaggio dalla Destra alla Sinistra fu concepito dall’élite lombarda e milanese come una naturale conseguenza del maturare nella cultura politica del Paese di una logica del fare rispetto alla logica dell’identità di appartenenza superata dal nascere di una nuova dinamica realtà quotidiana, al cui centro vi era il “mondo della fabbrica”.

Con il cambiamento della maggioranza di governo e la presa del potere da parte della Sinistra si avviò un acceso dibattito attorno al ruolo degli Enti locali che sfociò nel 1888 nella legge Crispina (foto 9). Tale legge, rafforzata dalla riforma elettorale del 1882, sancì l’allargamento del suffragio o voto per gli organi elettivi di comuni e province, l’elettività dei sindaci dei municipi e dei presidenti delle province e l’istituzione della Giunta provinciale amministrativa.

Se l’allargamento del suffragio rese più visibile e concreta la rappresentanza politica e amministrativa nei diversi ambiti della società lombarda, per quanto riguarda la composizione del Consiglio provinciale non vi furono sostanziali mutamenti. Cambiarono, invece, le competenze dell’organo politico, poiché con le riforme crispine il Consiglio diventò l’espressione dell’effettiva volontà dei suoi membri di eleggere il proprio presidente al posto del prefetto.  

Con l’affermarsi negli anni Ottanta e Novanta di una politica nazionale che impose nette scelte di fondo, a causa della complessa situazione economica, dominata da una crisi agraria profonda, il Consiglio provinciale si trovò, in un intreccio di ruoli e punti di vista differenti, al centro di vivaci discussioni attorno a temi come la perequazione fondiaria, le ferrovie e i trafori.      

Con gli anni Ottanta si profilò, proprio a partire dalla Lombardia, la nuova scelta dell’economia italiana, favorita anche dalla politica doganale protezionista sostenuta dal governo, tesa a privilegiare la grande industria di trasformazione che lavorava materia prima importata e a mettere in secondo piano l’agricoltura. La fabbrica diventava il fulcro della vita sociale ed economica del Paese. Gli anni Novanta furono, invece, quelli delle rivolte sociali contro il caro pane. Erano i primi segnali dei moti popolari contro le politiche di Crispi, soffocate a Milano dalla sanguinosa repressione dei moti del 1898 (foto 10). Tuttavia, è proprio in questo clima d’oppressione che maturarono le rivendicazioni per una maggiore autonomia locale e la riduzione della presenza statale nell’articolata vita economica e sociale della penisola italiana, dove i partiti politici assunsero un ruolo di attori principali di riferimento dei progetti e delle azioni degli uomini e degli enti pubblici. Era la fine della consorteria liberal-moderata che aveva governato l’Italia per quarant’anni.   

Il volume dedica in chiusura due saggi sui profili biografici del primo governatore e presidente della Deputazione provinciale di Milano, Massimo D’Azeglio, e su quello dei cinque presidenti del Consiglio provinciale di Milano dal 1860 al 1898. Per quanto riguarda il governatore D’Azeglio si rileva il suo impegno centrale nel settore sociale, con un incremento dell’attività degli istituti di beneficenza e assistenza. Meno apprezzato fu, invece, il suo intervento contro la raccolta di fondi e armi per le imprese garibaldine e il sequestro da lui ordinato di centinaia di fucili destinati alla spedizione dei Mille. Ciò gli alienò le simpatie di buona parte dell’opinione pubblica milanese decisamente “filo garibaldina”. In merito, infine, ai profili dei primi presidenti del Consiglio provinciale (dal nobile Giulini al borghese Massari), il libro mette in evidenza attraverso il percorso storico compiuto dal Consiglio provinciale - distinto dall’iniziale fervore di partecipare alla costruzione dello Stato Unitario sino all’impegno per ottenere maggiori spazi d’intervento per la tutela e gestione degli interessi locali -, la storia di un Ente che da organo morale si trasformò nel tempo in una macchina istituzionale deliberativa e operativa.

 

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